Convegno su Thomas Merton a Bertinoro

Category: Attività,

Convegno su Thomas Merton a Bertinoro

Relazioni di Marco Tiby e di Gianni Todolini

(http://www.gianni-tadolini.it alla voce ' vibrazioni')    

Thomas Merton a Bertinoro nell’Emilia

di Marco Tiby

5.5.2017

IL SILENZIO CONTEMPLATIVO NEL FRASTUONO CONTEMPORANEO: MESSAGGIO ED INSEGNAMENTO DI THOMAS MERTON

Sono giunto con largo anticipo alla stazione centrale di Milano, grazie al passaggio di Don Mario che ieri sera, a Bertinoro nell’Emilia, presso il museo interreligioso, è stato relatore ad un convegno su Thomas Merton, insieme a Gianni Tadolini, appassionato da tempo del monaco scrittore e di recente membro della nostra associazione, nonché al vescovo di Modena, Erio Castellucci.

Ho potuto quindi seguire due conferenze su Merton: una ieri sera, e l’altra durante il viaggio in auto… E con molto profitto, devo dire.

Don Mario non è solo un profondo conoscitore della vita, delle opere e della persona di Merton, ma porta con sé un’esperienza a vasto raggio di tutto ciò che riguarda il nostro amico trappista. Ha visto e vissuto nei luoghi mertoniani, ha conosciuto alcuni dei suoi confratelli, ha organizzato e partecipato a innumerevoli convegni, tiene contatti con case editrici e con il Thomas Merton Center… Per questo motivo, nei suoi interventi, come in quello di ieri sera, incentrato sulla vita di Merton, offre sempre un valore aggiunto a qualcosa che, diversamente, potrebbe limitarsi ad una asettica notazione biografica facilmente reperibile sul web.

Ma torniamo per un attimo alla stazione di Milano. Come qualcuno saprà vi è qui una cappella che si trova sul lato destro della banchina da dove partono i treni per l’Italia e l’Europa. Non sono molte le stazioni dotate di un luogo di culto dove ci si può anche eventualmente rifugiare per riposare o leggere un libro in attesa del treno. L’ ho scoperta non per via di insegne o cartelli, ma perché ho seguito con lo sguardo un religioso che con fare sicuro e autorevole entrava per la porta posta a fianco di un bar. La cappella, ove vi celebrano messa anche nei giorni feriali alle ore 18, è molto bella e ha una nicchia laterale dedicata a Nostra Signora del Cammino, un’abside che lascia filtrare la luce attraverso una vetrata colorata, gli stipiti delle porte in legno, il messale al centro con la Parola del giorno. Ben curata, pulita, e molto accogliente.

Ciò fa sì che dallo scintillio disordinato e chiassoso delle vetrine di negozi e gazebi di ogni tipo, tabacchini, giornalai, gelatai, bar e punti di ristoro brulicanti di veri o finti avventori, si entra in un luogo (semi deserto) dove trovi (o almeno pensi di trovare) un po’ di silenzio. E invece… da una porta laterale di legno che la separa dal bar penetra senza difficoltà il rumore delle stoviglie che vengono immesse senza sosta nei cestelli e tirate fuori dopo il lavaggio… Giunge ovviamente anche la musica che, insieme al vociare dei viaggiatori, fa da sottofondo al rumore del locale; la voce metallica dell’annunciatore, che si amplifica di tanto in tanto quando qualcuno entra o esce, aprendo la porta a vetri posta all’ingresso, è l’altro immancabile contatto col mondo.

E’ vero, il silenzio te lo puoi creare nel cuore, nella mente e riuscire ad essere così bravo da non sentire il frastuono che ha intorno, ma è anche vero che i monaci hanno sempre costruito i loro monasteri (come ben illustrato dalle slide presentate da Gianni Tadolini) in luoghi in cui gli unici rumori percepibili erano il canto degli uccelli, il fruscio del vento, lo scorrere delle acque…

Non ci vorrebbero grandi opere edili per rendere silenziosa la cappella della stazione centrale; basterebbe murare la porta laterale o insonorizzarla con un panello e creare un vestibolo per isolare quella di ingresso. Ma proprio per questo temo che al “frastuono contemporaneo” ci abbiamo fatto l’abitudine finendo per assopire del tutto il desiderio di gustare il “silenzio contemplativo”. Sembra quasi che l’uomo contemporaneo abbia, come dire, paura del silenzio…

Ieri sera, invece, ha colpito non solo la bellezza del posto (una rocca medievale che si staglia sulla pianura emiliana) ma anche il silenzio che regna nella sede della residenza universitaria, mirabilmente ristrutturata e che, in un’ala, ove si è tenuto il convegno, ospita un museo interreligioso diretto dal Dott. Enrico.

Alle parole di benvenuto del parroco di Bertinoro, Don Emanuele Lorusso, ha fatto seguito la relazione di Gianni Tadolini, psicologo e psicoterapeuta, il quale ha introdotto il suo discorso su Merton (“autore poco conosciuto”) partendo dall’albero genealogico benedettino. Con l’utilizzo di una serie di slides ha ripercorso la storia del monachesimo a partire da San Benedetto (480-547) giungendo al fondatore dei trappisti, Armand Jean De Rancè (1626-1700), ordine che deriva appunto dai Cistercensi, fondati molto tempo prima da Roberto di Molesmes (1024-1111).

Sono state poi proiettate diverse immagini delle più importanti abbazie: Citeaux, Notre Dame de La Trappe a Soligny, Tre Fontane, Frattocchie, Santissima Trinità di Cortona, Fonte Avellana..

Il tutto ha permesso ai presenti di capire meglio quale fosse il filone di spiritualità e il carisma monastico scelto da Thomas Merton quando nel 1941 è entrato nell’ Abbazia del Gethsemani, Kentucky. Relazione dunque pertinente e, pur nella brevità del tempo concesso, completa avendo il relatore risposto alla domanda “chi è un monaco trappista” attraverso “uno sguardo alla storia”.

Don Mario Zaninelli ha ripreso l’affermazione iniziale: quella per cui Thomas Merton, oggi, è e resta un autore poco noto, nonostante avesse attirato l’attenzione su di sé subito dopo la pubblicazione de “La montagna dalle sette balze” e per tutto il periodo in cui rimase in vita.

Don Mario ha presentato alcuni momenti della vita di Merton legandoli ad un filo conduttore: quello della ricerca del significato della sequela cristiana.

Nasce nel 1915 a Prades, ai confini con la Spagna, da due genitori artisti, pittori, padre neozelandese, madre statunitense. La mamma muore quando lui ha sei anni, il padre quando ne ha sedici. Un’esperienza importante, dopo aver studiato in Francia e poi in Inghilterra, è quella vissuta in America alla Columbia University; lì Merton comincia la sua ricerca, in parte condizionato dalla sua educazione anglicana, quacchera per la precisione (più formale che di sostanza) ricevuta nell’infanzia. Nel 1933 va a Roma e incontra per la prima volta Cristo osservando i mosaici bizantini… Nel 1939 vive in Perry Street in un piccolo appartamento dal quale osserva il mondo dicendo tra sé e sé: “voglio cambiare la mia vita e guardarmi dentro”.

Don Mario ha poi ricordato l’influenza nella vita di Merton del Prof. D. Walsh nella ricerca di Cristo (e anche di quella di J. Maritain) e come, senza rendersene conto, abbia intrapreso un vero e proprio pellegrinaggio interiore culminato, ma mai concluso, allorché Walsh gli consiglia di trascorrere la settimana santa al monastero del Gethsemani. Il primo novembre del 1941 Merton si interroga sul perché sia sempre alla ricerca sul cosa deve fare della sua vita.

Don Mario ha messo in evidenza un aspetto sul quale non avevo mai riflettuto abbastanza: l’importanza non solo delle persone ma anche dei luoghi dove ciascuno vive esperienze forti e si pone delle domande (bello il richiamo del balconcino assolato di 35, Perry Street). Essi condizionano e, in un certo senso, permettono di trovare delle risposte non per sentirsi arrivati, ma per continuare la ricerca. E ha ricordato che Merton, quando il 7 settembre del 1941 arriva al Gethsemani per trascorrervi la settimana santa, vede l’abbazia e dice: “Questo è il cuore dell’America”.

Nel 1944 muore suo fratello e nel 1949 viene ordinato sacerdote. A un certo punto “chiede a se stesso e, quindi a Dio”, di essere purificato da tutte le realtà in cui era entrato in contatto. Un unico desiderio: perdersi nel segreto del Suo volto.. Il grande viaggio è il viaggio interiore… più tardi penserà ai certosini e ai camaldolesi… sentirà il desiderio di un’unione più radicale con Dio e vede nel libro della sua vita il libro di Dio. Otterrà in un primo momento la possibilità di vivere in solitudine nel piccolo ricovero degli attrezzi che dedica Sant’Anna e dopo un anno si farà costruire l’eremitaggio.

Don Mario non ha evitato di ricordare anche la vita dissoluta di Merton che gli era costata l’espulsione dalla scuola di Oakham e aspetti meno noti quali la paternità, della quale non si è mai capito molto, per le coperture da parte dello zio e dell’innamoramento e della relazione con l’infermiera M., durata undici mesi e iniziata nell’estate del 1966; il successivo rinnegamento di Merton e il suo definire quella esperienza una stupidata soprattutto per aver ingannato il progetto di Dio su di un’altra creatura.

In questa continua ricerca, è stata sottolineata l’importanza di “Diario di un testimone colpevole”, dove Merton riprende la sua esperienza giovanile. Don Mario ha poi ricordato la nota immagine distorta che il mondo ha del monaco alla stregua di una pianta da serra, mentre il suo vero significato, sempre secondo Merton, è quello di portare il mondo nel monastero. Per fare ciò il monaco ha bisogno di fare un viaggio in un luogo primitivo tra la gente che vi abita e lì morire.

Nel 1964 Merton va a New York per incontrare Suzuki il quale gli dice di fare l’esperienza del Nulla. Inizia a studiare lo zen, vive da solo, parla con Jean Leclerq, scrive a Paolo VI. Si domanda che senso potesse avere sposarsi. Brucia tutte le lettere di M. Parte per la California, vola in Alaska e arriva a Bangkok, Calcutta, Madras, Singapore e, tornato a Bangkok fa la sua ultima conferenza su marxismo e monachesimo. Di qui la sua frase, “esco di scena”. Don Mario ha ricordato che tra i partecipanti all’incontro interreligioso vi era anche Dossetti che ha comunica alla sua comunità la morte di Merton attraverso una lettera.

Molti spunti interessanti, dunque, per aiutare a rileggere la vita di Merton alla luce di questa profonda irrequietezza, di questo pellegrinaggio interiore alla sequela di Cristo.

Ha preso poi la parola il vescovo di Modena, don Erio Castellucci su vita contemplativa e testimonianza cristiana definendo Thomas Merton uno sfrenato ricercatore della felicità. Nella sua profonda semplicità il vescovo ha confessato di conoscere poco Merton, di aver letto tempo addietro “Il pane vivo” e di essersi accostato alla sua autobiografia proprio per preparare il suo intervento.

Per Don Erio (così vuole essere chiamato) l’esperienza di Merton può essere messa in parallelo con l’inquietudine di Sant’Agostino e San Paolo. Il vescovo ha sottolineato come i grandi personaggi che cercano di dare un senso alla loro vita si devono convertire più volte. Ha letto, divertito e divertendo anche il pubblico, il passo della autobiografia dove Merton descrive Buggy, il cappellano della scuola di Oakham e l’esegesi “un po’ strana” che egli faceva della Prima Lettera ai Corinti traducendo carità con gentlemanliness.

Ecco alcuni dei messaggi di Don Erio che sono riuscito a trascrivere, parola per parola:

Non è in superficie, ma in profondità che le religioni si incontrano.”

La contemplazione significa andare al cuore delle cose, della storia e del tempo. I contemplativi (i mistici) si incontrano proprio nella ricerca di Dio, di un Dio che non è lontano ma è dentro ciascuno di noi.”

Contemplazione, è composizione tra silenzio e Parola, tra spirito e corpo, tra fede e dialogo, tra preghiera e missione.”

Don Mario ha poi ripreso la parola leggendo una preghiera di Merton: “Oggi, Padre, questo cielo azzurro, ti loda…”

Sono seguiti alcuni brevi e mirati interventi del numeroso pubblico.

Avendo con me “Il segno di Giona”, mi sono sentito di leggere due passaggi di questo diario a me caro, tanto quanto la Montagna, e relativo ai primi cinque anni della permanenza in monastero.

27 giugno 1949 (…) Il Getsemani era bello, dalla collina. Inquadrato nel suo paesaggio aveva un significato più concreto. Non ci preoccupiamo mai di conoscere come dovremmo il luogo in cui viviamo. Invece è importante sapere dove si è messi, sulla faccia della terra (…)

10 luglio 1949 Eccomi seduto, circondato dalle api, a scrivere su questo quaderno. Le api sono felici e perciò silenziose (…).

Papa Francesco, nel suo discorso al Congresso tenuto il 27 settembre 2015 ha indicato come modelli degli americani, oltre ad Abramo Lincoln, Martin Luther King e Doroty Day anche Thomas Merton, ricorrendo il centenario della sua nascita. Ora posso ritrascrivere le sue parole: “Merton era anzitutto uomo di preghiera, un pensatore che ha sfidato le certezze di questo tempo e ha aperto nuovi orizzonti per le anime e per la Chiesa. Egli fu anche un uomo di dialogo, un promotore di pace tra popoli e religioni”

Sotto lo stesso cielo azzurro di un 5 maggio 2017 in terra di Emilia Thomas Merton ha suscitato ancora una volta domande, invitandoci a considerare i luoghi della nostra vita come luoghi di vocazione alla sequela di Cristo nella consapevolezza che il silenzio genera la felicità e la felicità può fare a meno del frastuono. E che non basta essere solo dei gentleman per incontrare nel profondo il fratello che ci sta a fianco.